CROLLO DI SOFFITTO E LESIONI. SE L’ASSEMBLEA NEGA I FONDI E NON DELIBERA L’AMMINISTRATORE NON È RESPONSABILE

La gestione della sicurezza negli edifici condominiali rappresenta uno dei compiti più delicati e carichi di responsabilità per un professionista del settore. Recentemente, la sentenza n. 20 del 8 gennaio 2026 del Tribunale di Trani ha gettato una luce chiarificatrice su un dilemma che affligge molti studi: fino a che punto l’amministratore è penalmente responsabile per i danni derivanti da una mancata manutenzione se l’assemblea si rifiuta sistematicamente di approvare i lavori? Questo articolo si propone di analizzare la pronuncia, offrendo una guida interpretativa per navigare tra gli obblighi di garanzia e i limiti imposti dalla volontà dei condomini.

Il cuore giuridico della questione risiede nel combinato disposto tra l’articolo 40, comma 2, del Codice Penale, secondo cui “non impedire un evento che si ha l’obbligo giuridico di impedire equivale a cagionarlo”, e le norme civilistiche sulla manutenzione delle parti comuni. L’amministratore di condominio riveste, infatti, una posizione di garanzia ope legis, che gli impone di attivarsi per prevenire pericoli derivanti dai beni che amministra. Tuttavia, la giurisprudenza, richiamata dalla sentenza del Tribunale di Trani, distingue nettamente tra manutenzione ordinaria e straordinaria. Se per la prima l’amministratore ha un potere d’azione autonomo, per la seconda il suo dovere di intervento diretto è limitato ai casi di urgenza e improrogabilità,. Il principio cardine ribadito è che la responsabilità penale non può sussistere se l’amministratore si trova nell’impossibilità oggettiva di adempiere a causa del diniego dell’assemblea di stanziare i fondi necessari.

Il caso pratico
Per comprendere la portata di questo principio, esaminiamo lo scenario analizzato dal Tribunale. In uno stabile di Barletta, una condomina subiva gravi lesioni personali a causa del crollo parziale del soffitto della sua camera da letto, verificatosi durante la notte,. Il crollo era stato innescato da persistenti infiltrazioni d’acqua provenienti dal lastrico solare condominiale. L’amministratore veniva quindi imputato per i reati di cui agli articoli 677 (omissione di lavori in edifici che minacciano rovina) e 590 (lesioni personali colpose) del Codice Penale, con l’accusa di non aver eseguito i lavori necessari nonostante i solleciti. La difesa, tuttavia, faceva emergere una realtà documentale diversa: l’amministratore aveva ripetutamente inserito l’approvazione dei lavori straordinari all’ordine del giorno delle assemblee, ma i condomini avevano manifestato un netto dissenso, adducendo l’indisponibilità di denaro.
La sentenza n. 20/2026 ha risolto la controversia assolvendo l’amministratore perché “il fatto non costituisce reato”,. Il Giudice ha evidenziato che l’imputato non era rimasto inerte: oltre a sollecitare l’assemblea, aveva persino disposto un intervento di parziale ricoibentazione in via ordinaria, nel tentativo di limitare i danni con le scarse risorse disponibili,. Il Tribunale ha chiarito che, quando l’impossibilità di adempiere deriva da cause non riconducibili alla volontà dell’amministratore (come il rifiuto dei condomini di finanziare opere straordinarie), la responsabilità penale per l’omissione si sposta sui singoli proprietari delle parti comuni. Inoltre, nel caso specifico, non era mai stata comunicata all’amministratore una situazione di “pericolo di crollo imminente”, ma solo un fenomeno di infiltrazione, rendendo non configurabile una colpa per non aver previsto l’evento catastrofico.

Consigli pratici
Alla luce di questa importante pronuncia, il collega amministratore deve adottare una strategia di gestione rigorosa e documentata per tutelare la propria posizione professionale. Nelle situazioni che coinvolgono la tutela delle parti comuni, dove l’amministratore ha una legittimazione diretta, è fondamentale che ogni criticità venga tempestivamente segnalata all’assemblea attraverso comunicazioni formali e verbali d’adunanza che non lascino spazio a interpretazioni. Se l’assemblea nega i fondi per lavori straordinari necessari, è essenziale che nel verbale risulti chiaramente l’avvertimento dell’amministratore circa i rischi potenziali per l’incolumità pubblica e privata. In presenza di un pericolo imminente e oggettivo, il professionista non deve esitare a esercitare il potere d’intervento d’urgenza previsto dal Codice Civile, ma laddove tale urgenza non sia conclamata o manchino i mezzi finanziari minimi, la sua attività deve concentrarsi sulla creazione di un “vallo documentale” che dimostri la diligenza profusa nel cercare di ottenere la deliberazione.
In definitiva, la chiave per una difesa efficace in sede penale risiede nella capacità di dimostrare che il mancato intervento non è dipeso da pigrizia gestionale, ma da un limite strutturale del potere decisionale dell’amministratore di fronte alla sovranità dell’assemblea. La diligenza richiesta non è quella di un esecutore infallibile, ma quella di un mandatario accorto che informa, propone e interviene fin dove i poteri e i mezzi a sua disposizione lo consentono.

Fonte: Anaci BAT

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