SENZA SANTI IN PARADISO: L’AMMINISTRATORE SI TROVERÀ A GESTIRE I “RESIDUI” DELLE COLPE ALTRUI

C’è un vecchio adagio nelle aule di tribunale: “Il danno non muore mai, cambia solo padrone”. Il dibattito sulla riforma della responsabilità professionale dei tecnici in questo 2026 ne è la prova più evidente. Sulla carta, l’obiettivo è condivisibile: restituire serenità a ingegneri, architetti e geometri, categorie che per decenni hanno operato sotto la scure di una responsabilità solidale spesso sproporzionata, trasformandosi in “garanti di ultima istanza” per i fallimenti altrui.
Ma se le proposte di legge De Bertoldi (alla Camera) e il disegno di legge delega S. 1663 (al Senato) promettono di ristabilire equità per i tecnici, aprono interrogativi inquietanti per l’ultimo anello della catena: il committente e chi lo rappresenta.

Il superamento della responsabilità solidale indiscriminata è il pilastro di questa rivoluzione. Oggi, se un’opera presenta vizi gravi, il danneggiato può rivalersi per l’intero sul tecnico, anche se la sua colpa è minima rispetto a quella dell’impresa esecutrice. La riforma proposta punta a una “responsabilità proporzionata”: il professionista risponde solo per la quota di condotta colposa effettivamente accertata. È un principio di giustizia per il professionista, che tuttavia sposta il rischio sul committente. Se l’impresa esecutrice dovesse rivelarsi insolvente o cessare l’attività — eventualità purtroppo frequente nel settore edile — il Condominio rischierebbe di ottenere solo un risarcimento parziale, restando con il peso economico del danno non coperto. Il problema non svanisce; semplicemente, il legislatore sta valutando di non farlo più gravare sulle spalle del tecnico.

Anche la proposta di ridurre i termini di prescrizione da dieci a cinque anni (emendamento Zanettin) risponde a un’esigenza di certezza del diritto per il professionista. Tuttavia, far decorrere il termine dal compimento della prestazione anziché dalla scoperta del vizio solleva dubbi sulla reale tutela dei proprietari. Molte patologie edilizie, dalle infiltrazioni ai cedimenti strutturali, richiedono tempo per manifestarsi. Il rischio è che il diritto al risarcimento possa scadere prima ancora che il danno sia visibile a occhio nudo.

Mentre le professioni tecniche godono di una forte rappresentanza capace di evidenziare queste asimmetrie, gli amministratori di condominio appaiono oggi come i soggetti più esposti. Senza scudi normativi analoghi, molti amministratori si troveranno a gestire una complessità senza precedenti. Dovranno essere sempre più solerti nel monitoraggio dei cantieri e nella verifica dei termini legali, poiché la protezione concessa ai tecnici ridurrà i margini di manovra del Condominio in caso di lite. In questo scenario, l’amministratore non è più solo un gestore, ma diventa il garante della tempestività delle tutele per i condomini, spesso senza avere gli strumenti legislativi per bilanciare il nuovo potere contrattuale delle altre figure della filiera.

Non mancano gli aspetti positivi: l’azione diretta contro l’assicuratore e l’obbligo della polizza decennale postuma per le imprese sono passi avanti verso la certezza del risarcimento. Tuttavia, il passaggio a una responsabilità “pro-quota” potrebbe innescare battaglie peritali estenuanti tra le diverse compagnie assicurative, con il Condominio nel ruolo di spettatore pagante in attesa di un verdetto che definisca chi deve pagare e quanto.

In questo scenario emerge una verità nuda: la drammatica differenza di “peso specifico” davanti ai palazzi del potere. Se i tecnici hanno trovato interlocutori attenti, capaci di tradurre le istanze degli Ordini professionali in disegni di legge, gli amministratori restano nell’ombra. Parliamo di una categoria che governa oltre un milione e duecentomila condomìni in Italia, gestiti da un esercito di circa 60.000 professionisti. Numeri che dovrebbero far tremare i decisori politici, ma che oggi non incidono.
La ragione è amara: finché la voce della categoria continuerà a disperdersi in attività “di facciata”, prediligendo l’apparenza alla concretezza delle rivendicazioni sindacali, la politica continuerà a ignorarla. Alla politica interessano i numeri solo quando si muovono come lobby compatte. Finché questa forza d’urto mancherà, il risultato sarà l’attuale asimmetria: si legifera per alleggerire chi progetta, ma si lascia senza tutele chi deve gestire i problemi che restano sul campo.

Conclusioni
La riforma in discussione è necessaria per ridare fiato a professioni tecniche essenziali, ma non può prescindere da una riflessione sulle tutele del consumatore finale e sulla posizione di chi, come l’amministratore, deve mediare tra queste forze. L’auspicio è che il testo definitivo sappia coniugare la giusta tutela del professionista con la necessaria sicurezza di chi, in quegli edifici, vive e investe i propri risparmi.

Fonte: Anaci BAT

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