VIGNETTA 7

La Legge è di Tutti, la “Regola dell’Arte” di Pochi?

In uno Stato di diritto, l’accesso alle fonti normative è un principio cardine. La Gazzetta Ufficiale, dove vengono pubblicate tutte le leggi dello Stato, è consultabile gratuitamente online. Ogni cittadino, e a maggior ragione ogni professionista, ha il diritto e il dovere di conoscere le leggi che regolano la sua attività. Questo è il fondamento della certezza del diritto: ignorantia legis non excusat.

Tuttavia, il mondo tecnico e professionale si muove su un doppio binario. Da un lato ci sono le leggi e i decreti (cogenti); dall’altro c’è un concetto tanto fondamentale quanto sfuggente: la “regola dell’arte”. È il criterio con cui si valuta la qualità, la sicurezza e la perizia di un’opera o di una prestazione. In caso di contenzioso, un giudice nominerà un Consulente Tecnico d’Ufficio (CTU) per stabilire se un professionista ha operato, appunto, “a regola d’arte”.
E qual è oggi il riferimento indiscusso per definire questa regola? Le norme tecniche UNI.

Qui sorge il paradosso. Le norme UNI, formalmente, non sono leggi. Sono norme volontarie, elaborate dall’Ente Nazionale Italiano di Unificazione (UNI). È fondamentale chiarire subito un punto: l’UNI, come si evince dal suo statuto, è un’associazione privata senza scopo di lucro, riconosciuta dallo Stato e dall’Unione Europea. Il suo prezioso lavoro consiste nel creare consenso attorno a standard tecnici condivisi, coinvolgendo imprese, professionisti, università e pubblica amministrazione.

Il problema è che queste norme “volontarie” diventano, di fatto, obbligatorie in tre modi principali:

  1. Molte leggi e decreti, per non entrare in dettagli tecnici esasperanti, rimandano esplicitamente alle norme UNI. Rispettare la norma tecnica diventa così il modo più sicuro (e talvolta l’unico) per godere della “presunzione di conformità” alla legge.
  2. Sia negli appalti pubblici che in quelli privati, è prassi comune richiedere la conformità a specifiche norme UNI come requisito contrattuale.
  3. Come già accennato, in un’aula di tribunale, la norma UNI è il documento a cui un perito farà riferimento per stabilire se un lavoro è stato eseguito correttamente. Discostarsi da una norma UNI senza una solida e documentata giustificazione tecnica equivale a esporsi a un’accusa quasi certa di negligenza o imperizia.

In sintesi: nessun professionista serio e consapevole dei rischi della propria attività può permettersi di ignorare le norme UNI pertinenti al suo settore.

Ed eccoci al nocciolo della questione. Per accedere a questo corpus di conoscenza, indispensabile per lavorare bene e in sicurezza, bisogna pagare. E non poco. Ogni singola norma ha un costo, e per un professionista o una piccola impresa che opera in settori complessi, la spesa per acquistare e mantenere aggiornato il proprio “pacchetto” di norme può ammontare a centinaia di euro all’anno.
Si crea così una distorsione inaccettabile: la conoscenza che definisce la diligenza professionale e che funge da metro di giudizio in sede legale è un prodotto commerciale. Se la conoscenza della legge è un diritto gratuito per garantire l’uguaglianza dei cittadini di fronte ad essa, perché la conoscenza dello standard tecnico che ne definisce la corretta applicazione è soggetta a un pedaggio?
Non si tratta di mettere in discussione il valore del lavoro svolto da UNI e dai suoi comitati tecnici. La normazione ha un costo e richiede un’organizzazione complessa. La domanda, però, è un’altra: è giusto che questo costo sia scaricato direttamente sull’utente finale, creando una potenziale barriera all’accesso a un’informazione che ha una chiara valenza di interesse pubblico?

È sostenibile un sistema in cui la “regola dell’arte”, criterio di valutazione della responsabilità professionale, è custodita dietro un paywall?
Questo modello non rischia di creare professionisti di “Serie A” (che possono permettersi l’accesso costante e aggiornato alle norme) e di “Serie B”?

La questione è complessa e non ha soluzioni semplici. Ma ignorarla significa accettare passivamente una contraddizione che mina i principi di equità e di libero accesso al sapere, soprattutto quando quel sapere diventa il confine tra un lavoro ben fatto e una potenziale condanna in tribunale. Su questoc’e da meditare e far meditare chi legifera.

Fonte: Anaci BAT

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