L’ordinanza della Corte di Cassazione, Sezione Seconda Civile, n. 23495 pubblicata il 18 luglio 2026, interviene con fermezza su un tema di bruciante attualità per il mondo condominiale: la responsabilità professionale del progettista e del direttore dei lavori in caso di vizi nell’esecuzione di opere di efficientamento energetico. Attraverso questa pronuncia, la Suprema Corte chiarisce i confini della gravità dell’inadempimento del tecnico, fornendo preziosi parametri per valutare quando un’opera possa definirsi “inutilizzabile” e quali siano le conseguenze sul diritto al compenso del professionista.
Il fulcro della controversia risiede nell’interpretazione dell’articolo 1455 del Codice Civile, che disciplina la risoluzione del contratto per inadempimento. Non ogni inesattezza o piccolo errore del professionista giustifica lo scioglimento del rapporto contrattuale; tuttavia, quando la prestazione d’opera intellettuale non raggiunge il risultato minimo prefissato o rende l’opera inidonea allo scopo, il committente ha il diritto di chiedere la risoluzione. La l’ordinanza n. 23495/2026, si sofferma in particolare sulla responsabilità del progettista e del direttore dei lavori, sottolineando che il loro obbligo non si esaurisce nella mera redazione di elaborati grafici o in una sorveglianza sporadica, ma si estende alla garanzia di conformità dell’opera alle regole dell’arte e alle normative urbanistico-edilizie. Un principio cardine ribadito dalla Corte è che il professionista deve assicurare la realizzabilità tecnica e giuridica del progetto: se l’opera finale risulta “inutilizzabile” o richiede rifacimenti integrali a causa di errori progettuali o di omessa vigilanza, l’inadempimento è da considerarsi grave.
Il caso pratico
Per comprendere la portata di questo principio, immaginiamo uno scenario classico, del tutto sovrapponibile a quello esaminato dagli Ermellini. Un committente affida a un architetto l’incarico di progettare e dirigere i lavori per la realizzazione di un isolamento a cappotto su un immobile. Al termine dei lavori, emergono gravi difetti esecutivi: il sistema isolante non è a norma, presenta distacchi o ponti termici che ne vanificano la funzione. Il committente, dunque, rifiuta di pagare il saldo del compenso e chiede la restituzione degli acconti versati, oltre al risarcimento dei danni, sostenendo che l’opera sia, di fatto, da rifare integralmente. Di contro, il professionista si difende sostenendo che l’immobile ha comunque ottenuto il certificato di agibilità e che i difetti, pur presenti, non incidono sulla struttura globale del fabbricato, chiedendo dunque che il contratto rimanga in vita, eventualmente con una semplice riduzione del prezzo.
La Cassazione risolve il dilemma con estrema chiarezza, dando ragione al committente. La Suprema Corte ha stabilito che se l’erroneità del progetto e l’inadeguatezza della direzione lavori rendono l’opera “inutilizzabile” per lo scopo perseguito (ovvero l’efficientamento termico efficace), si configura un inadempimento grave che giustifica la risoluzione del contratto ai sensi dell’art. 1453 c.c. Un punto di rottura fondamentale espresso nell’ordinanza riguarda l’irrilevanza della concessione dell’agibilità: il fatto che l’immobile sia formalmente agibile non “sana” il grave errore tecnico del professionista se la funzione specifica dell’appalto (il cappotto termico) è fallita.
Inoltre, la Corte precisa che, in caso di risoluzione per colpa del professionista, quest’ultimo perde il diritto al compenso e deve restituire quanto già ricevuto. Non è ammessa una “risoluzione parziale” se le varie prestazioni (progettazione e direzione lavori) sono intrinsecamente connesse e volte a un unico risultato finale che non è stato raggiunto. Infine, l’ordinanza legittima l’operato del Consulente Tecnico d’Ufficio (CTU) che, pur dovendo rispondere a quesiti tecnici, può richiamare norme giuridiche per rendere intelligibili le proprie conclusioni, fermo restando il vaglio critico finale del giudice.
Consigli pratici
Nella sua veste di legale rappresentante del condominio per quanto concerne la tutela delle parti comuni, l’amministratore ha il dovere di agire tempestivamente qualora i condòmini segnalino vizi evidenti sul cappotto termico o sulle altre opere deliberate dall’assemblea. In questi casi, la legittimazione dell’amministratore è piena: egli può e deve, previa opportuna delibera o nei casi d’urgenza, attivare le procedure di accertamento tecnico preventivo per cristallizzare i difetti prima che scada il termine decennale di cui all’art. 1669 c.c. o quello biennale per le difformità meno gravi. È fondamentale che l’amministratore non si limiti a una comunicazione informale col tecnico, ma che formalizzi contestazioni precise basate sulle risultanze oggettive del cantiere, ricordando che, se l’opera è compromessa nella sua funzione essenziale, il condominio ha il diritto di sospendere i pagamenti delle parcelle residue o chiederne la restituzione in sede giudiziaria.
In ogni caso, è consigliabile suggerire all’assemblea di inserire nei contratti di incarico professionale clausole molto specifiche sulla responsabilità del progettista – direttore dei lavori, legando il pagamento dei saldi finali al collaudo positivo e alla verifica dell’effettivo raggiungimento delle prestazioni energetiche previste, evitando di farsi scudo della mera “agibilità” burocratica che, come abbiamo visto, non esime il tecnico dalle proprie pesanti responsabilità civili.
Esempio di clausola di salvaguardia
Art. [X] – Natura della prestazione e verifica di idoneità
“Le prestazioni di progettazione e direzione lavori sono pattuite come incarico unitario e inscindibile, finalizzato al conseguimento dell’effettiva funzionalità tecnica delle opere. Ai fini della valutazione dell’esatto adempimento (ex artt. 1453 e 1455 c.c.), le parti attribuiscono valore essenziale all’idoneità dell’opera allo scopo, la quale non si intende assorbita né attestata dalla mera regolarità amministrativa o dall’ottenimento dell’agibilità. L’accertata inidoneità funzionale dei risultati tecnici, rendendo la prestazione priva di utilità per il Committente, sarà valutata quale inadempimento assorbente ai fini della persistenza del diritto al corrispettivo.”



